Pubblicato in data: 09/03/2020

Annarosa Tonin intervista Fabiano Massimi

Categoria: La città - Letti per voi

Fabiano Massimi dovevamo averlo ospite il prossimo 13 Marzo, quando avrebbe dovuto parlarci del suo romanzo “L’angelo di Monaco” edito da Longanesi.

Però è stato così gentile da rispondere alle intelligenti sollecitazioni di Annarosa Tonin, che lo avrebbe presentato, e quindi essere a suo modo presente lo stesso!

Un modo diverso di fare cultura si trova sempre, anche in tempi di misure restrittive.

Buona lettura!

#Laculturanonsiferma #Tralerighemood

1. Il tempo è il convitato di pietra, il filo rosso che collega sia il contesto storico considerato, sia il tempo serrato e, a tratti, ossessivo, dell’indagine che quello della lettura di una storia che rimane in testa. Come ti sei rapportato, quindi, nei confronti di questo elemento essenziale del tuo libro?

– Il tempo, nell’esperienza umana, è tutto. Di fatto, il senso stesso di scrivere è legato al tempo: quello che abbiamo vissuto e vogliamo in qualche modo conservare, quello che stiamo vivendo e vogliamo usare al meglio. “L’angelo di Monaco” è un thriller storico basato su un fatto di sangue realmente accaduto e incredibilmente dimenticato. Il mio primo obiettivo era quindi recuperarlo e rimetterlo in circolo, per rendere giustizia a Geli Raubal e agli anni straordinari in cui visse. Ma il secondo obiettivo, utile anche per aumentare le chance di ottenere il primo, era divertire il lettore, prenderlo e trascinarlo in un altro luogo e tempo (appunto) per regalargli nozioni ed emozioni. Per fare questo dovevo da un lato superare i novant’anni che ci separano dal 18 settembre 1931, impadronendomi di un’epoca per ridarle vita sulla pagina, e dall’altro strutturare la mia trama in modo tale che i giorni dell’indagine sul caso Raubal, pur nella loro estrema densità, volassero in un soffio. Perché il tempo di chi legge è limitato e ha un valore enorme. Il narratore deve meritarselo.

2. Il libro si regge su una ricostruzione e descrizione minuziosa dei luoghi.
a) Riguardo gli esterni (Monaco e Vienna negli anni Trenta) che tipo di ricerca hai compiuto?
b) riguardo gli interni (le abitazioni di Hitler e dei gerarchi nazisti, la Braunes Haus, sede del Partito Nazionalsocialista) sono descritti sempre in rapporto alle personalità di chi vi abita o vi lavora. L’ordine, la pulizia, la perfezione formale nascondono l’attitudine al crimine, la sensazione che la verità stia in ciò che non si vede e non si dice?

– Mi era chiaro sin dall’inizio che Monaco non sarebbe stata lo sfondo di questa storia, ma una protagonista, un personaggio vero e proprio. Per questo motivo sono andato a visitare tutti i luoghi della vicenda, percorrendo le strade, intrufolandomi nei palazzi, respirando l’aria della città fino a sentirmela dentro. Leggerne su una guida o studiarla via Internet non sarebbe bastato, per i miei scopi. Spero non suoni melenso, ma il fatto è che per scrivere di Geli, e di Sauer, e di Mutti, io dovevo ripercorrere i loro passi, ammirare le loro viste, assaggiare il loro cibo. Fortuna vuole che Monaco sia una città meravigliosa, piena di vita e di sorprese, e facilissima da amare. Quanto agli interni, quelli che ho inventato (ad esempio la mansarda di Sauer) rispecchiano il carattere dei loro abitanti tanto quanto quelli che non ho inventato. Non è sempre così, a ben pensarci? La prima cosa che Goebbels fece quando prese possesso del suo ufficio berlinese fu sgomberarlo da tutti gli arredi e rimuoverne tutte le decorazioni, perché non erano affini al suo carattere; al contrario, Goering riempiva le sue abitazioni di opere d’arte in quantità inverosimile, rispondendo a un’avidità largamente testimoniata dal suo stile di vita neroniano. Noi siamo i luoghi che abitiamo, e questi dicono di noi molto più di quanto vorremmo. Il crimine, però, si trova a suo agio sia negli appartamenti di “American Psycho” sia nelle labirintiche discariche di “True Detective”. È per questo che ci spaventa tanto: non puoi mai sapere dove si nasconde.

3. “L’angelo di Monaco” ricostruisce l’indagine sul presunto suicidio di Angela Raubal, detta Geli, nipote prediletta di Hitler. Che figura è stata nella realtà, una devota alla causa nazista, una vittima sacrificale?

– Di sicuro non una devota alla causa. Geli, nelle testimonianze di quanti la conobbero, è molte cose (spesso contraddittorie) ma mai l’ancella di una posizione politica più o meno vicina al nazionalsocialismo incarnato dallo zio. Nessuno saprà mai la verità su chi fosse questa ragazza sventurata che senza volerlo (e forse senza neanche rendersene conto fino alla fine) si ritrovò al centro del cerchio magico di Hitler, a stretto contatto con alcuni degli uomini più temibili del Novecento, da Himmler a Hess, da Goering a Goebbels. Una cosa è però chiara: il ruolo di accompagnatrice prediletta di Hitler le andava stretto, la faceva sentire in gabbia, e in più di un’occasione tentò di fuggire, purtroppo senza successo. Una vittima, ecco cosa fu Geli Raubal, e che la sua morte sia stata un suicidio o un omicidio non conta più di tanto: tra le cause vi fu senz’altro la sua scomoda posizione di testimone dell’ascesa nazionalsocialista, da un punto di vista privilegiato e quindi pericoloso – per Hitler, per il Partito, e alla fine anche per lei. Si sacrificò? Fu sacrificata? Morì per scelta? Morì per fatalità? In ogni caso, se non si può dire con certezza che fu la prima vittima del Nazismo, sicuramente si può affermare che fu la prima vittima della propaganda nazista, quasi un caso di damnatio memoriae. Oggi tutti sanno chi fu Eva Braun, ma Eva Braun non ebbe mai neanche lontanamente l’importanza di Geli, per Hitler ma non solo. Se Geli fosse sopravvissuta, la Storia stessa sarebbe stata diversa.

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